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Carissimi lettori di Leffe-Magazine,
Dopo aver presentato con discreto successo di Pubblico e di critica il mio Romanzo “Eva, la Partigiana della Val Gandino” presso l’Auditorium San Martino di Leffe, mi sento in dovere di ringraziare di cuore chi ha collaborato con me alla Presentazione...quindi mia nipote Cristina per la parte tecnologica  (Foto e musiche), il Prof. Enzo Sciamè per la Prefazione, l’Editore Antonio Valentino, la poetessa dialettale Carmen Fumagalli Guariglia che ha curato il testo dialettale del Romanzo,  Sergio Maffeis e Alessandra Zenoni che con me ed Enzo hanno letto alcuni brani.
Ringrazio ancora per l’ospitalità il gruppo della Direzione dell’Oratorio San Martino e le gentili signore che hanno preparato un così lauto rinfresco.
Nel ricordare che il libro è in vendita nelle due edicole di Leffe e nelle Edicole e librerie della Val Gandino e Valle Seriana posto su questo sito il dialogo della prima notte passata insieme in baita dei due protagonisti Partigiani…Eva ed Orso……correva l’anno 1944….

Dopo vari episodi avventurosi corsi, i due Partigiani protagonisti del Romanzo si trovano soli nella baita in Valpiana e per non destar sospetti…obbligati a passare la loro prima notte insieme… ovviamente felici e consapevoli……
Angela ricordava anche le raccomandazioni di Mamma Teresa, donna saggia e prudente, che le ricordava spesso: “Attenssìù Angela, che la paia visì al föch l’è periculùsa”… ma la giovane età e l’Amore, l’attrazione e la passione dei due ebbero il sopravvento…..

“Quando spunta la luna, tacciono le campane”

I due innamorati rimasero soli e per cercare di rasserenarsi e tranquilizzarsi, accesero il camino che si era spento da tempo.
Si prepararono una brodaglia scura che somigliava vagamente al caffè di cicoria, guardandosi negli occhi più volte, timorosi e abbracciandosi teneramente, un po’ per la paura corsa e un po’ per cercare di scaldarsi dato che il camino non diffondeva ancora calore, capirono che quella notte era tutta per loro.
Era la loro prima notte da soli ed era probabilmente, la loro prima notte d’amore.
La Partigiana era anche un’accanita ed appassionata lettrice, una divora-libri, un topo di biblioteca insomma e nonostante avesse frequentato solo le Scuole Elementari, aveva una buona cultura generale per l’epoca.
In quella circostanza le sovvenne una bellissima Poesia di Garcia Lorca e la volle dedicare al suo Orso e abbracciandolo dolcemente gli sussurrò:“è una notte magica per noi, caro Orso, permettimi di recitarti questa poesia d’amore di uno dei miei Poeti preferiti” e così dicendo, con il suo innamorato inebetito e quasi trasognato la declamò, come una vera poetessa:  


“Quando spunta la luna, tacciono le campane,
ed i sentieri sembrano impenetrabili,
quando spunta la luna,
il mare copre la terra
e il cuore diventa isola nell’infinito”

“e aggiungo io, caro il mio Orso”, declamò ancora Eva, molto più seria e più convinta, con gli occhi lucidi e abbracciandolo forte

“in questa nostra prima notte d’amore e di magia,
che spero per noi, non sia unica,
il mio corpo, ancora vergine e
tutto il mio cuore
sono solo per te”.

Orso, incredulo, meravigliato e commosso, nell’udire quelle belle, importanti ed impegnative parole, la strinse forte al petto.
Era di una felicità immensa, le sorrise dolcemente, ma non essendo un chiacchierone, specialmente in una situazione tanto delicata, preferì staccarsi dall’abbraccio facendo distrattamente finta, per il momento di voler sistemare la legna sul camino.
Eva, ridacchiando felice per il comportamento di Orso, tra il divertito e l’ironico pensò: “ma questo mio caro Orso, che sia proprio un vero Orso?”
Nel frattempo chiacchierando del più e del meno si raccontarono le faccende delle loro famiglie e Orso, triste, confidò la grande nostalgia che aveva per mamma e papà, per i parenti che non vedeva più da tempo, per la vita bella e spassosa alla sera con gli amici e le chiassose e concitate partite all’Oratorio.
Nel frattempo avevano avvicinato i due materassi al grande camino, formando così un comodo giaciglio.
Materassi si fa per dire, perché, come in tutte le cascine e molte case di allora, i materassi erano due grandi sacchi di tela imbottiti di foglie di pannocchie di granoturco.
Dopo aver sorseggiato piano ed ansiosi, chissà perché, un secondo caffè di cicoria, abbracciati teneramente, con gli occhi da innamorati persi che esprimevano gioia, desiderio e passione allo stesso tempo, Eva ed Orso iniziarono a baciarsi delicatamente sulle guance, sugli occhi, sul collo, sulle braccia, sulle labbra e poi

“e poi furono baci e furono sorrisi,
poi furono soltanto i fiordalisi,
che videro con gli occhi nelle stelle,
fremere al vento la loro pelle”

“e poi, furono baci e furono carezze,
baci d’amore e di promesse,
che videro sotto lo sguardo delle stelle,
fremere i loro corpi e la loro pelle,

vissero con trasporto e con ardore
tutti quei magici attimi d’amore,
vissero senza freni e con passione
quei momenti intensi d’emozione,

e, come tutte le più belle Storie,
quella notte fu magica, da Cantastorie,
ma come le profumatissime Belle di notte,
purtroppo, solo il tempo di una notte”.

 

Leffe 13 Gennaio 1982

LA  FESTA ‘LLA’ MADONA

E suna e campane
e canta e cantur
al suna la banda…..
l’è la festa ‘llà Madona.

E corr e corius
dai pais d’enturen
e sa mof a ròsc
per endà en festa a Leff.

Granda l’è la coriosetà tra
la folla per la procezziù;
l’è òna grant confusiù
dè sacro e dè mondanetà.

E giuègn e ulta so ol nas,
e piò ècc e got beati,
ai persune dic dè mezza età
giòdecà con serenità.

L’è òna grant baraonda e la
critica l’abbonda,ma forse
l’è mèì giòdecà e intenziù,
e valòtaziù è mia tocc de negaziù.

Entàt la get la sa ‘ncuntra,
parec lontà che troa da regordas,
forse l’è l’ocasiù per abandonà
tòrc’ ciapat,sobit,o règalac’.

Encontris,e dis e saggi,
e tòrc e ve repianat;la festa quindi
l’è buna,anche per chi poc’ e la
set ò e l’abbanduna.

E suna e campane
e canta e cantur
al suna la banda…..
l’è fort òl rumur

ma l’entenziù l’è de migliur e gliùra
mè stà atenc’ col cretecà perché
mè capì per giòdeca,forse l’è asè
per fa al e sèntemenc’.

Tradiziù,folclore, funziù rèligius,
l’è ò grant mosciot cal boi en
apparente confusiù,ma emportante
l’è la lebertà de emoziù.
Sacro,profano,espòsiziù dè icone e dè troni,
sfoggio dè bei pote e de gran doni;la confusiù
l’è granda,ma ù al pol anche esolas,la Madona
la sculta e entenziù,lo scopo per reflett l’è smper bù.

L’è ìra che tropa get e gregna, e destorba la
procezziù,e sa enteresa domà da saì per
quat a l’è reat ol  valur dol trono,
per ìga l’onùr da portà la Madona.

Bèl l’è stò grant sentement dè lebertà,
ognù e faghe segont e so entenziù,
e migliour penzer e gavrà consederaziù,
e pegiur,la necessaria compazziù.

E suna e campane,
e canta e cantur
al suna la banda…..
al giòdecherà òl Signùr.

Vico Coretti

                   Leffe 14 Novembre 1977

                 O’ PAIS EN-DO BUS                    

En chel post ciamat “Leff en dona braga”
tep endre ìa scoprit dòl carbù da fa lus
en tep de guèra lia òna lebèraziù.

La daà fòc a la popolaziù
lorà e solc ai menadur
vagù dè palanche ai granc signor.

Al ghia la guera
tep dificei,
ol bocù dè pà lia da sòda.

Giò sota tera al lòm de acetilene
ol fiat pesante per òl grant ezzapunà
l’aria lia poca e dificel ol respirà.




Tanta  get l’è endacia sota,
tace pader ella al Gandì
e laoraà con do fil d’aria.

E piò fortunac endaà en feladùra;
la roba lia batereà per e casermaggio,
e maiaà ol pelòt per tòt ol de.

E machenete e grataà ol felat
per e coerte de soldac;
tata get che e respiraà con do fil dè fiat.

Al so mia se stà  grant abeletà
emparada per dùra necèsetà,
dopo tat tep l’è restada ò vantagio.

Semper en chel bùs da prima al manca
amò l’aria;la get da generaziù
abetoada a viver con poc respir

la sa nencorc mia chè enfont
a o bùs ol ciel lè bel
ma alghè poca lùs.

Ol mont al deenta picini,
as vech mia cosa al ghè en gir
anche a poc meter ella so cà.

L’è mia tot bel,dacorde,
ma mè saì per valotà



senza scondis per mia sculta.

Fò dal bus,aria,ol mont l’è bel
e l’è anche brot
ma en gir al ghè aria libera.

Mè ca so mai endac en miniera,
a ma sete sèfocà;
al ghè o grant coerc en questo bus

fò fadiga a resperà,forse ol me
stomec l’è delecat,
al ma tocherà endà a “Gropì”.

Vico Coretti

Fiaba - Filastrocca
Don Giulivo, il Prevosto cacciatore.
( di Romano Bertasa   -   Pasqua 2017 )

Vi voglio raccontare una storia, successa a Leffe il mio Paese,
ma, una storia d’altri tempi e la racconto con amor, senza pretese.
Leffe, è un gran bel paesino delle Cinque Terre della  Valgandino,
circondato da Cazzano, Casnigo, Peia e da Gandino.
E’ una storia vera, successa a Don Giulivo, il nostro Parroco-Curato,
è un storia antica, successa verso Settembre ormai inoltrato.

Il nostro Reverendo, bravo uomo e appassionato cacciatore,
prima di andare a caccia pregava così a Messa, Nostro Signore:
“O buon Gesù, fate che almeno oggi riesca a prendere una “Cesena”,
una pernice, un fagiano, o una beccaccia per  una buona cena”.
Il nostro Don Giulivo dopo la prima Santa Messa, verso le sei
andava a piedi , sul “Monte Croce” o verso “Montasei”
ma alla sera tornava sempre stanco e sudato
e sempre, senza aver nulla cacciato !

Quasi furtivamente e quasi di soppiatto, entrava in Canonica,

non volendo farsi scorgere dalla perpetua Monica,

ma lei, sempre in attesa del suo ritorno, furbescamente,
quasi sempre intonava un ritornello, maliziosamente…
“Tu sia lodato, o mio Signore, per sorella Luna e le Stelle :
in cielo le hai formate, chiare preziose e belle.
Tu sia lodato mio Signore per gli uccellini :
che al solo vederli, son la gioia di grandi e piccini !”
Quando capitava tutto ciò, il buon Don Giulivo spazientito,
mangiava quel che c’era, in fretta e furia,  imbufalito,
e dopo una visita in Chiesa e le Preghiere della sera,
borbottava in cuor suo, quasi sognando :  “Signùr, almeno  öna  es-céra”…
mattiniero,  e  scattante pensando al bottino,
officiava la Santa Messa, veloce, ma in un  buon Latino.



Usciva dalla sacrestia poi e sgattaiolando come un  gattone,
saliva nelle sue stanze, per la preparazione.
Monica, la perpetua, preparava sempre un’ abbondante colazione,
quasi che il suo Parroco  dovesse disputare  una singolar tenzone.
“Sciùr Preòst, ghe recomànde chi póer oselì,
fìi cór, ma figa mia fa öna bröta fì”
Don Giulivo: cappello di paglia, occhiali scuri e pantaloni alla zuava,
sembrava un  soldato in agguato al nemico che avanzava,
camicia di flanella, fucile e sporta per il bottino
parea più che altro, un allegro  spazzacamino.
Un fucile ereditato, che sembrava un archibugio, lungo e pesante,
parea che il buon Prete, dovesse partire alla guerra come un Fante,
un  fiammante canocchiale color oro e scarponi con le ghette,
parea, uno scalatore alla conquista delle sue vette.
Quella mattina cambiò zona di caccia, Don Giulivo,
e s’incamminò su per l’altopiano di Casnigo,
passò velocemente dalla Villa Giuseppina,
verso la Madonna d’ Erbia, l’adorata Madonnina.
Passando dal Santuario della Santissima  Trinità, ricordò sempre a Gesù,
sbiascicando qualche santa litania,  :  “o stamattina, o mai più.”
In Erbia alta, c’era un non so che di strano quel mattino
e il Reverendo  si accorse e pensò non scorgendo alcun uccellino:

“è ancora presto, un po’ di pazienza e  sarà verso mezzogiorno,
che io mi toglierò qualche pernice, o qualche quaglia di torno”.

A mezzogiorno in punto, dopo terribili tuoni e saette folgoranti
arrivò improvviso un temporale, con scrosci d’acqua roboanti,
bagnato fradicio, corse, per ripararsi dal pericoloso uragano
in un capanno lì vicino, dove trovò pure un asciugamano.
Stanco e demoralizzato per la brutta giornata,
mangiò un bel panino con carne salata,
bevve un sorso d’acqua il buon pretino
e in men che non si dica sprofondò in un sonnellino.
Don Giulivo sognò , sognò e per due ore sognò……..
nel sogno,
il Cielo si aprì improvviso, ci fu un gran chiarore sfolgorante
e dal finestrino del capanno, Don Giulivo infreddolito e tremante,
potè vedere il Volto sorridente, benevolo e confortante
di una Madonnina dal  vestito rosso fiammante,
con un copricapo, a mò di foulard bianco dorato,
coperta di un manto azzurro ben abbinato
e con in braccio un Bimbo dal sorriso radioso.
Il Bimbo, con simpatici ed ammiccanti  sorrisini,



teneva fra le mani tre uccellini
e giocando allegramente  
dava loro baci e carezze, dolcemente.
Maria, parlò al Prevosto, impaurito e sconcertato,
con una voce dolce e suadente,
da sembrar musica divina,
e indicando gli uccellini, sussurrò :
“perché ammazzarli Don Giulivo, sono anch’essi creature di DIO,
tutti gli uccelli del Cielo danno gioia e senso di libertà”
e con un sorriso materno e luminoso
e con la mano che salutava,
come apparve,
scomparve !
Svegliatosi subito e riavutosi dalla stupenda visione
e dallo straordinario sogno, il Pretino prese armi e bagagli e
dal Santuario della Madonna d’Erbia, veloce come un fulmine
giunse alla Parrocchia di Leffe in un battibaleno.
A Leffe si racconta ancora di quel Prevosto che,  “illo tempore”
ebbe un sogno od un apparizione sconvolgente e che
la gente , alla sera, verso il  tramonto vide rientrare,
sconvolto, sudato ed infilarsi nella Canonica.
Davanti all’Altare della Madonna,
quella sera, Don Giulivo fece un voto : chiese perdono a Gesù,
per la sua deprecabile ed esagerata passione venatoria,
promise che avrebbe passato molto più tempo  in mezzo ai suoi Parrocchiani
e promise…promise anche, che sarebbe stato più gentile con la signorina Monica,
la solerte perpetua della sua Canonica.

Monica,  felice per la buona scelta del suo Prevosto,
da quel giorno mai più preparò pernici o viscarde  “arrosto”
e spesso intonando un motivo dell’ epoca
sfotteva benevolmente  il suo Don Giulivo:
“è Primavera, aprite le finestre agli uccellini,
che possan così giocar con i bambini”.


Leffe 23 Giugno 1977.(testo) E FIDANZATI D’ITALIA

Ol Pici e la Dicì lìa da empò che e sà
sdògiàa,lìa comenciat lò quach àgn fa  
con do sorriso strapacòr.                                      

Le lia  fac sòbeta la schizzinosa;
ma cosa gal po’ questo che,
al ma fa pert la repòtaziù.

Dopo chèl prim sorriso,ol Picì da
grant mascìù lia contenòat a
sbirbà e a sdogià.

A forsa et dai e dai ò dè con
do sorriso,òn oter dè con mezz
inchino,a la fì la Dicì la gà respont.

Lò con fervur e piè dè grant pazziù,
sòbet là penzat cal pòdia còmbenà
ò bel matremone stòrec.

Quando ergù e sé nencorgit dè  
cosa e volia còmbenà,davres giò ciel,
snà sentit dè toc e qualetà.

Ma ela mata,le ezzè buna savia e
onesta,metis en zèma con
chèl pelandù gliò.

Sàl fòdes domà pelandù al sares negot,
le l’è dè buna famea e la poderes
mantegnil senza endà a laorà,

ma ò sentit dì chè en foresterea là
còmbenat de laur chè sa e fodes ira
e fa scapognà la pel.

Ola cos’al còmbenat?
laur cà spol mia dì,ma sa e fodes
demostrac l’è da metì en galera.

Madonamè!,con òna persuna dol
gener la gà da endà?
L’amur quesce laur al còmbina.

Entat lùr è endac ennac coi so ogiade;
mè ga stò,no ga stò mia,e solet troade.
Lò alla òlia,al ghe mia de storie,

le envece l’ avres fac anche senza,ma
dopo ò breve enventare à la est che
ò partit piò gros al ghia mia.

L’è ciar però chè òl penzer dè tot dù
l’è stac quel da defent e so enteres
perché l’amur al ghè gnaà cà des.

E gà ìt però de grant defecoltà
perché ìa tot dù famus en dol mond
quindi toc e òlia dì ol so penzer.

Le la gà tace parec en foresterea,
zie en America,Germania e dotra banda;
lò domà ò zio,ma terribile,en Russia.

E responsabel dè nascus come al solet,
e gà dac a brigà perché tot al
fenies en dòna turta.

Entat lòr dù è endac ennac en base
ai so convenienze;ormai la storia
lia da toc conosida,sia e dacorde

sia e tance cà ìa contrare e
speciàa non oter che da endì
ol pastì e pastù ella fì.

Lur dù però e ghia amò òn otra
apprensiù;le la gà òna madregna
buna,santa e generusa,

chè en apparenza la someàa
destacada,ma envece la controllàa
e la mai tralasat dà creteca.

En de ùltem tep la gà dac de bu segnai
perché dopo ì pasat tat cà e sa endia poc,
ùltòmament e sa troàa ad ogni òcasiù.

An sa coma è chì setuaziù che;
quando e sa dà a l’abandonaziù,
e palpetaziù e pert la ponderaziù.

Mè però dighe la èretà,en quesce de
o fac dol grant gregnà;o mai vest
de bù òc stà còmbenaziù e ò mai

credit cà la podies durà;gliùra dè
fronte a ste svenemenc con
manefestaziù dè gran pazziù

à go dac a penzà;endì pur
ennac con tanta fòga,
farì tat piò prest a stofas.
                                           Vico Coretti

 
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