Notiziario Parrocchiale - leffe magazine

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V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   9-15 FEBBRAIO 2020

Tre domeniche ancora e si entra in Quaresima. Ma già il profeta Isaia parla di digiuno religioso, cioè fatto in ossequio alla fede; e dà a questa pratica penitenziale il valore che anche noi cristiani dovremmo dare, ma che spesso trascuriamo, più per superficialità che per cattiva volontà: e questo valore è la condivisione (del pane) con gli affamati, i miseri, gli ignudi,... Il grande profeta, autore dei più bei versi sul “servo sofferente” - Gesù crocifisso - mette in relazione virtuosa il digiuno, con la guarigione delle nostre ferite. Mi torna in mente un vecchio libro di spiritualità, intitolato: “Le ferite che guariscono”, nel quale l'autore utilizza il verbo guarire in modo ambiguo: si può interpretare in forma intransitiva - le ferite guariscono, cioè si rimarginano - oppure in modo transitivo - le ferite (di Cristo) guariscono le nostre ferite -. Prima lettura e Vangelo conducono la riflessione sulla vita morale; in particolare, il profeta sottolinea alcuni atti che ritiene particolarmente meritori; li ricordo in sintesi: dividere il pane con l'affamato, accogliere in casa i miseri e i senza tetto, vestire gl'ignudi; lottare contro ogni forma di oppressione; astenersi da ogni forma di giudizio, dal parlare empio; consolare gli afflitti. Da questo ‘decalogo' la Chiesa ha ricavato le famose opere di misericordia corporale e spirituale.  Il Vangelo non enuncia esplicitamente dei particolari atti morali, ma definisce il cristiano sale della terra e luce del mondo: tanto il sale, che la luce non sono fini a sé stessi; il sale, in antico utilizzato come moneta di scambio, è inteso da Gesù nell'accezione di ingrediente da cucina che esalta il sapore dei cibi. Anche la luce è presa come esempio non perché brilla, ma perché illumina: una gemma preziosa brilla, ma non illumina; una torcia, invece, brilla nella notte, e brillando, illumina la strada nostra e altrui. In un altro passo del suo Vangelo, al cap. 13, Matteo cita, è vero, qualcosa che ha a che fare con le pietre preziose: un forziere pieno di tesori e una perla di straordinario valore: le due brevi parabole hanno un altro significato, rispetto a quella del sale e della luce. In esse non si parla di vita morale, ma di ciò che ne costituisce il fine ultimo: il Regno dei Cieli. Il Regno dei Cieli ha un valore che nessun bene al mondo può eguagliare, così come nulla può eguagliare il valore delle pietre preziose custodite in un forziere, o di una perla naturale ‘oversize'...Tornando al Vangelo di oggi, le due similitudini, scelte evidentemente non a caso da Gesù, ci mettono con le spalle al muro! alludendo alla fede, il Signore non dice: “Voi avete il sale...”, “voi avete la luce”; dice molto di più: (avendo la fede) “Voi siete sale...”, “voi siete luce...”: in altri termini, la fede identifica la persona del credente: noi siamo la nostra fede! Se non abbiamo dato senso alla vita nostra e degli altri, se non abbiamo illuminato la vita nostra e degli altri, semplicemente la nostra vita è stata inutile!...e al termine di questa vita inutile, Qualcuno ci chiederà: “Che sei vissuto a fare? eri in grado di rappresentare per qualcuno un valore aggiunto di senso per la sua vita... e non te ne sei curato! Avresti saputo indicare una strada a chi brancolava nel buio, e non l'hai fatto! Che sei vissuto a fare?”. Siamo al cuore del primo discorso di Gesù, il discorso della montagna; l'evangelista ha appena elencato le Beatitudini.  In conclusione, vorrei richiamare la vostra attenzione su un aspetto legato alla vita morale: la riconoscenza. Desideriamo tutti essere riconosciuti e ricordati per il bene che facciamo. Invece Gesù parla, sì, di riconoscenza, ma nel senso di rendimento di grazie reso a Dio. In altre parole, origine e fine del bene che posso fare è Dio: è Lui che suscita in me il desiderio di farlo; lo faccio per Lui e lo faccio a Lui; perché il povero è Lui, il carcerato è Lui, l'affamato e l'assetato sono Lui, lo straniero è Lui.... Dunque, secondo la fede cristiana, la carità non è un optional, ma un dovere grave... Ne consegue che se non facciamo ciò che prescrive il Vangelo, non siamo dalla parte del giusto, abbiamo torto; e coloro che sono affamati, assetati, nudi, stranieri, malati, carcerati, vengono privati di un diritto sacrosanto: il diritto di ricevere cibo, acqua, vestiti, accoglienza, cura, solidarietà... Queste omissioni costituiscono un peccato vero e proprio, e obbligano a confessarsene.
L'orazione che ha introdotto le Letture definisce una follia il sacrificio di Cristo sulla croce: non è solo un modo di dire, o una frase ad effetto... La croce di Cristo rappresenta il valore del suo insegnamento; su quelle parole Gesù non ci ha messo soltanto la faccia, c'ha giocato la vita. Mi sembra un prezzo abbastanza alto, per provare almeno a prenderle sul serio, no?


 
 
 
 
 
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